Alice
allo
Specchio

Bugs
Chiara
Caterina Notte
Marta Valenti

 

per la rassegna
Intercity (da Roma)

Spazio "Futuro"


 Un cliché, s'il vous plait, ma che sia ben scotto! La donna e il suo rapporto con lo specchio, no? Il trucco e l'alterazione dell'Io, ok? L'autoritratto come tema femminile privilegiato: claustrale, introverso, privato. Implosivo. E magari è uno sguardo maschile a selezionare il tema, le artiste, a mettere enfasi sulla differenza, vero? E tutto questo nell'epoca dei Gender Studies con le Pari Opportunità a picchettare una più sottile decostruzione dell'antitesi androgina. Già, già. In un tempo siffatto non è permesso essere grossolani.
Apriamola bene, allora, questa scatola preconfezionata dove giace putrefatto il luogo comune. A me sembra evidente che l'autoritratto (da Rembrandt e Artemisia a Ontani e Orlan, da van Gogh e Claude Cahun a Lüthi e la Sherman) sia un universale dell'arte proprio perché accomuna i sessi sotto una domanda che non trova risposta, non definitiva, almeno.
E queste artiste non sono più donne destinate a essere reinventate dallo sguardo degli altri: sguardi dominanti, sguardi nominanti. Sono donne autonome nella vita e quindi padrone di confondere le acque della propria identità. Semmai, come tutti, misteriose a se stesse, domandano e ridomandano al proprio specchio "who's that girl?" nel tentativo di far luce (e quale luce) sull'interpretazione o sul travisamento di se stesse.
Ma qual'è lo specchio in cui si guardano? Non è più il vetraccio argentato delle nonne e somiglia sempre di più allo specchio nel quale affonda Alice trovando un mondo parallelo e opposto, rovesciando le logiche e sdoppiando le identità. E' uno specchio magico e metaforico dotato, secondo Franco Vaccari, di un inconscio tutto proprio (la questione va riformulata) e forse capace di emettere giudizi disinteressati come nessun uomo e nessuna donna mai. Prevedibilmente questo specchio equivale ai media fotoelettronici, ormai passati da fenomeno sociale a catena DNA dell'immaginario.
Quanto a noi: la nostra mission-impossible era dare uno spaccato della giovane ricerca romana e sicuramente conveniva essere totalmente provvisori nell'impossibilità di essere esaurienti. Allora l'autoritratto, allora la foto, allora il trattamento elettronico, allora quattro donne. Con un perno assolutamente incongruo che costituisce uno specchio deformante degli specchi deformanti: il mio sguardo operativo, irrimediabilmente maschile. E chissamai che sommando due distorsioni non venga vista al dritto l'immagine di una generazione recente che, non solo a Roma, è ricca di contributi femminili e - fra emozione e pensiero, fra azione e visione - è ricca di ripensamenti sulla propria, e la nostra, condizione esistenziale.
 
Bugs
(Roma, 1969) è un avatar che vive nel web e attraverso il quale Lucilla Loddi si specchia e riconoscendosi si disconosce. L'autoritratto effettuato proiettandosi addosso delle immagini viene ulteriormente filtrato al fotoritocco e sonorizzato, nel caso delle installazioni, a decostruire la vecchia opposizione io/ altro, osservatore/osservato. Enantiodromia è un lavoro su PC realizzato in Flash che presenta un circuito aperto-chiuso di eterni ritorni e continue trasformazioni sottolineati dal Gayatri Mantra che invoca l'illuminazione alla Madre Universale. E mentre lo spettatore lascia una traccia del proprio passaggio - ancora Vaccari - e spia vorace il caleidoscopio delle identità, resta invischiato come una mosca su un miele interattivo.
Chiara
(Varese, 1976) è la protagonista di una saga pseudocommerciale: incarna la perfetta ragazza-oggetto del glamour pubblicitario. Attraverso i prodotti, i gadgets e le mille avventure del suo alter ego si riesce a perdere traccia dell'identità originaria, gelosamente tenuta nella sfera del privato. Il lavoro inedito presentato, come un episodio recentissimo delle sue avventure, ci presenta il personaggio in un interno domestico del tutto intenta in se stessa, assorta nel suo costituirsi in immagine. E' proprio questa freddezza operativa ad essere interessante: l'altro da sé non esiste che come nome/ immagine. La soglia arte/vita è lasciata accuratamente intatta e Chiara diventa - secondo Paul Virilio - "stereoreale": sia realtà sia finzione.
Caterina Notte
(Isernia, 1973) è caduta e sta ancora precipitando nei sotterranei del linguaggio-macchina. Proprio come un'Alice nel paese delle meraviglie digitali, più che cadere sta turbinando fra i flussi fotonici. Questa rinaturalizzazione la sta deformando, il suo ego viene riportato a uno stato precedente, ferino, prelogico. Questo avviene nei recenti lavori inediti presentati in mostra: il corpo assume la consistenza del segno pittorico e si ambienta in un ecosistema del tutto sintetico. Fra grottesco ed erotico, fra melodrammatico e animale, il suo non-personaggio più che essere diviene: più che immagine si fa schermo. E perciò ogni sua elaborazione nell'isolamento dei bytes si ripercuote sulla sua prima persona.
Marta Valenti
(Roma, 1977) sistema il suo occhio dentro e fuori il campo della fotografia. Ha la tensione di chi non vuol perdersi neanche una delle ricche sfaccettature visuali nel rapporto fra l'io e il mondo. Allo stesso tempo pensa e scatta col furore di una sensibilità in fiamme che cerca, non con lo sguardo ma con la pelle, un incastro nella realtà, a tutto campo. Sullo sfondo di archetipe Torri Gemelle si sposta e si autoillumina fino a impersonare due se stesse gemelle dotate di caratteri complementari. I loro riflessi cangianti, dotati di un'attenzione cromatica speciale, sono riportati ad unità sacrale da un notturno auratico. Se nelle gemelle il dramma è dinamico, vasto e teatrale, nella (ma)donna velata tutto è intensità e concentrazione.


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