Botto & Bruno

Impiccate il d.j.

Intro
Impiccate il d.j., perché la musica che continua a mettere non mi dice niente sulla mia vita
The Smiths, "Panic"

Da sempre il lavoro di Botto & Bruno si articola sul prelievo; inizialmente di immagini dei media, ma subito concentrandosi su fotografie bianco e nero scattate da loro stessi in locations urbane di frontiera: capannoni, periferie, archeologia industriale. Questo materiale di base viene ripreso e attraverso successivi passaggi di fotocopiatrice eroso, bruciato, reso più intenso ed assoluto dall'impoverimento nei particolari. Sempre più spesso grazie alle copiatrici laser le immagini vengono virate in colori acidi, irreali ed astraenti. E tuttavia così il procedimento tecnico è solo all'inizio; infatti il toner pulviscolare che compone l'immagine viene poi trasferito e fissato su plexiglas, fintapelle o lasciato su carta a seconda di quale delle tre grandi tipologie di lavori la coppia torinese abbia in animo di realizzare. I lavori con i quali essi hanno dato forma al proprio linguaggio sono condotti infatti su lastre di plexiglas opacizzato, spesso appoggiate su bianche mensole minimali abitate da frasi e parole tratte da testi musicali. Queste immagini raccontano "storie di periferia" nelle quali c'è tanto sogno quanta vita, tanta bellezza quanto décalage. La città-detrito è una sola ed è ovunque; è il bordo di tutto. Così luoghi distanti chilometri si incontrano e si riconoscono perché si somigliano. In questa città tutta vissuta al presente, c'è però ancora memoria, ancora si sogna; ancora si evade sulle ali di una poesia dura e ruvida. A questo dormire e sognare si riferiscono le opere in fintapelle: cuscini, materassi e coperte imbottiti la cui morbidezza contrasta con la crudezza delle immagini a cui fanno da supporto. Nelle installazioni di questo genere tutto è oggetto reale, anche i dischi, ricopertinati dagli artisti, ma realmente ascoltabili. Tutto è dotazione fantastica di una giovane vita ai margini. La vita stessa dei due artisti a Moncalieri. E di recente la presenza umana sta diventando sempre più visibile, direttamente o tramite feticci della memoria (i giocattoli). Il luogo della vita viene infine invaso realmente da Botto & Bruno con le numerose installazioni site-specific realizzate con grandi affissioni su carta (a Roma oggi una nuovissima che recita: sono sopra la città non vedo nulla solo l'interno di un sogno, collage da brani dei Sonic Youth). E questa tecnica tende ad aprire le mura su nastri narrativi architettonici, montaggi in bianco e nero di paesaggi urbani e testi che smaterializzano e riqualificano mura e strutture, spiazzando ogni possibilità di reportage.

Refrain
Prima di tutto voglio che i computer mi diano informazioni collegate alla roba vera.
Hakim Bey, "T.A.Z. - Zone Temporaneamente Autonome"

William Blake, l'artista e visionario romantico, scriveva che non v'è progresso senza opposizioni. Il lavoro di Botto & Bruno risulta esemplare della propria generazione proprio perché porta in forma visibile un insieme di contrasti violenti attraverso i quali pone propositivamente le premesse per una ipotetica reinterpretazione del vivere. O quanto meno apre una valvola ad energie compresse che urgono per trasformarsi in vita vissuta. Contrasti dialettici fra bellezza e rovina; fra l'esattezza della materialità dell'opera e la fantasmaticità dell'immagine; fra narrazione lineare e montaggio inverso e incongruo di testi e immagini; fra il grido della marginalità e il sussurro del sogno. In definitiva fra le pressanti smanie di nuovo del terziario avanzato e la natura che si riappropria di territori abbandonati dalla civiltà. Questa naturalità è poi tutta trasferita nella manualità che rende ogni opera per quanto apparentemente sintetica, un vero e proprio manufatto. E' il caso dei due nuovissimi lavori presentati a Roma nei quali, come spesso accade, due immagini sono unite in un montaggio del tutto manuale mediante un ritocco complesso e impercettibile che i due artisti, da esperti restauratori, sottraggono all'egemonia del computer.

Inciso
Cravatta nera rumore bianco
David Bowie

Per apprezzare la mistura fra immagini dure, anti-estetiche, e la chiarezza e pulizia dei materiali ‚ con la conseguente netta e graffiante riduzione cromaticaÝ‚ operate da Botto & Bruno, è necessario fare riferimento ad alcuni decisivi esempi di musica popolare anglosassone. Alcuni pionieri del mondo musicale (Brian Eno, Robert Fripp), comprendendo le lezioni di rockers come Jimi Hendrix, hanno insegnato alla nostra generazione che anche il rumore bianco (il fruscio di fondo), le interferenze o il feedback (effetto Larssen) possono essere portati al livello di segni consapevoli e modulabili musicalmente. Non più gli organici incidenti anticlassici di John Cage, ma rumori elettrici ed elettronici. Residui, scarti del mondo ipersegnico della cultura contemporanea. Periferie dell'udito rifunzionalizzate. Nuovi panorami uditivi o, per dirla con i Sonic Youth: un nuovo "Soundworld".

Coda
La pioggia scroscia su una città monotona
The Smiths, "William, it was really nothing"

Alla stessa maniera i rumori del margine, le periferie ed i non-luoghi, sono rientrati come protagonisti nell'immaginario artistico, attraverso la fotografia e la riflessione urbanistico-sociologica, senza dimenticarne le radici letterarie e filmiche; dai lavori tassonomici dei Becher, o dai più recenti scatti di artisti come G¸nther F–rg, ad oggi all'insegna del flusso inclassificabile del vivere. I lavori di Botto & Bruno portano al centro del visibile proprio questi momenti catalizzatori di energia residuale. Nelle opere di bands di città industriali come The Smiths di Manchester, o di garage-bands come Nirvana o Sonic Youth (i cui testi sono all'origine della gran parte dei collages verbali che intercalano le immagini del duo torinese) è imponente la doppia chiave di poesia acida e di aggressività modulata. C'è qualcosa di fisiologico nell'essere trasportati dal feedback di una chitarra che fa la cosa giusta: è come essere connessi alla rete elettrica, come andare a vapore di adrenaline. Questo elemento dovrebbe guidare a una lettura totale, culturale delle loro opere, allargando lo sguardo dai soli materiali, dai soli motivi, dai soli testi. La violenta catarsi di un concerto rock, l'esplosiva liberazione di tossine ed energie compresse, è infatti nel DNA di questi lavori non meno di quanto lo sia quella disciplina post-minimale aleggiante sul territorio sabaudo che unisce le radici dei primi Anselmo, Paolini e dei nostri due. Altro amore dialettico di Botto & Bruno è quello per il cinema: sia realista che futuribile, si chiami esso Pasolini o Loach, Scott o Besson. I grandi realisti sono riusciti a distillare poesia da una lowlife che ‚ aggiornata sul cinismo dell'era Thatcher ‚ è la stessa delle sciampiste col cuore infranto suicide dalla ruota del luna park nelle canzoni di Morrissey. I grandi autori di fantascienza invece ci hanno abituato a sognare in un mondo che non è più proiezione fantastica, mondo "altro", ma è un ibrido plausibile risultante dal montaggio archeologico o dalla radicalizzazione di side aspects o tic e nevrosi del nostro mondo presente. E' in questo modo che si compone il quadro di un Gesamtkunstwerk apparentemente del tutto letterale; ma in realtà quanto più refrattario alla verbalizzazione. Un mondo creato da Gianfranco Botto e Roberta Bruno per affrontare la complessità; un'arte che insomma non parla letteralmente della nostra vita, ma parla e comunica alla nostra e ad ogni vita possibile. Quand'è così: lunga vita al d.j.

 


STUDIO D'ARTE CONTEMPORANEA PINO CASAGRANDE - 18 febbraio / 30 marzo 1998


best viewed on 800x600 - Netscape