Britalian
augusto pieroni
| Che noi "vediamo ciò che sappiamo", questo lo sappiamo. Ma cosa vedono gli occhi di artisti che vivono diversi mesi a Roma? Trovandosi dentro e fuori da un'istituzione come l'Accademia Britannica, insieme turisti e insiders di una nicchia specialistica; temporaneamente sradicati ma in un luogo terribilmente familiare, come solo le culture anglosassoni riescono a produrre. Roma e il centro-Italia appariranno a questi artisti come cose vive o non piuttosto come un impressionante cumulo di reperti: materiali, culturali, ideali, naturali? E, in quest'ultimo caso, vedono essi in noi il karma di Cesare o di Sciuscià? O piuttosto finiscono per vedere solo ciò che cercano? Sarebbe più che naturale. Molti degli artisti in residenza qui, infatti, hanno a suo tempo compilato una application scritta nella quale spiegavano come alcune specifiche caratteristiche del proprio lavoro motivassero la loro richiesta di venir ospitati a Roma a spese della Corona. Essi dunque son qui per inseguire ognuno la propria ossessione, per vedere ciò che sospettano ma non sanno ancora: cioè per vedere quel che cercano - come volevasi dimostrare. E questa ricerca pone il repertorio culturale a noi familiare, all'incrocio con una o più tradizioni di provenienza.
In questi momenti di unione avviene qualcosa di simile a quel che capita d'aver osservato alla confluenza di due fiumi: uno limaccioso e solenne, l'altro fresco e rapido, ciascuno coi propri colori e portamenti. Cosa avverrà dopo non ci interessa, quel che ci intriga è quel momento fecondo e caotico in cui una sdefinizione è anche una ridefinizione. Faccio un esempio: se il lavoro di performance di Aaron Williamson si basa su tematiche tra le quali la memoria, il lavoro o il sacrificio, la diminuzione o minorazione, il rapporto fra segni culturali di autorità e marginalità, è chiaro l'influsso di un filone di tematiche sensibili al sociale quali ne ha prodotte tutta la ricca scuola marxista dei Social e Cultural Studies. Una scuola sviluppatasi attorno a Raymond Williams e diffusasi con teorici di sinistra come Stuart Hall e molti altri. Logicamente complementare quindi il desiderio di venire a sviluppare un lavoro sui pellegrini, il voto, il sacro e il popolare, i santi, la penitenza. Difficile, se non impossibile, far questo lontano dagli epicentri del sacro. Solo qui da noi infatti la paradossalità della religio, la sua totalità prelogica, emergono e si specchiano al negativo nella paradossalità dell'opera d'arte. L'intelligente ironia e la imitatio Christi di Aaron sono solo i plusvalori protestanti dell'operazione. Faccio un secondo esempio, questa volta formale, sempre ricavato dalla sfera del sacro che è, senza dubbio, il nostro petrolio - you know what I mean. Tim Renshaw appartiene a una recente ma consolidata tradizione pittorica britannica di textura astratta alla quale, a suo tempo, ha fornito un influsso decisivo Bridget Riley e la generazione di incrocio fra residui Hard-edge e aperture Optical. Cosa chiedere a Roma se non le trasparenze e le luci dell'architettura barocca? Logico cercare qui la teatralità dell'illuminazione nella cui naturalezza è nascosta una laboriosità capziosa, la regia dell'imprevisto, la stereometria curvilinea. Rispetto al suo lavoro precedente, di nuovo c'è non meno e non più che questo: abbastanza per stimolare nuove tavolozze, gesti e trasparenze - che in uno stile del genere sono poco meno di tutto. Non posso riferirmi che a un incrocio dei due retroterra appena accennati più quello concettuale-verbale per analizzare la complessa operazione sullo sguardo realizzata da Henry Rogers. Operazione che si articola nell'isolare e ingigantire come segno grafico autonomo il gesto che cerchia e seleziona uno tra molti annunci su una rivistina gay, dar colore e vita alla tessitura dei vuoti tipografici della stessa pagina o tradurre in pattern alcune tracce escrementizie, in uno stilizzatissimo omaggio a Piero Manzoni. Tutti questi possono essere visti come incroci estremi e sapidissimi fra la visceralità concettualizzata, lo spettacolo del vivere: così italici, e le proverbiali capacità sublimatorie dell'arte britannica: elegante ed estrema. Stupore tutto barocco ci coglie nel trapasso dell'immagine dal triviale all'interiore, nella metamorfosi di pretesti impresentabili in traduzioni d'oltremanica sospese fra splendore e tenerezza. Apro una parentesi, perché così si deve fare quando la radice britannica si trasforma in qualcos'altro. Breve e complessa l'interazione fra Alex Pittendrigh e la cultura italiana. La sua origine australiana non è questione da cui si possa prescindere. E tuttavia tale tradizione non è spessore da risolversi in due righe, né è facile da investigare a circa cinque meridiani di distanza. Le matite dell'artista australiano, altre volte impegnato in installazioni polimateriche e in sculture, hanno saputo fermare e metamorfizzare qualcosa delle sinuosità e delle bizzarrie di derivazione manierista-barocca. E dico derivazione perché è chiaro che più del Bernini poterono Savinio e Fontana. Così come, più delle spire mistiche di Sant'Ivo, sembra esser stato colto un surrealismo mediterraneo adorno di livree più mimetiche e tribali. Non volendo sembrare fazioso a favore della fotografia, ho finito per lasciare in coda una ricerca che invece mi ha attratto non poco, come quella di Fiona Crisp. Unico strumento: una scatoletta autoprodotta: nera, chiusa - quasi leibnitziana - basata sul celebre principio del foro stenopeico. Questa non-macchina ha colto le fotografie più come un fedele compagno che come un dispositivo di cattura. La scatola si è infatti seduta a fianco dell'artista per qualche minuto negli interni, per ore nei sotterranei, per istanti nei soleggiati esterni romani. Da sempre innamorata delle soglie, e del rapporto che instaurano col framing concettuale dell'immagine, la Crisp ha così spostato il fuoco dell'attenzione dal fulmineo virtuosismo dell'inquadratura di un evento alla paziente consumazione di un itinerario percettivo. Peculiare la sua deriva all'incrocio fra motivi romani e focalizzazioni tutte inglesi sull'esperienza quasi corporale delle architetture, intese come spazi manipolati, dando un'attenzione speciale alla reificazione dell'atto del guardare. |
Pubblicato sul catalogo: fine arts 2001-2002, British School at Rome, 2002