Andrea Malizia

L'effetto del lavoro di Andrea Malizia, come un allucinogeno, cambia a seconda di come stai quando lo assumi. Può guarire o far star male, arricchisce o svuota: dipende. In fondo mi piace pensarlo come una specie di speed per l'intelligenza: un lavoro dotato di poteri psicoattivanti che dipendono dal guardare-giocare su e con fatti minimi. Malizia suggerisce una sistematica dislettura dei suoi oggetti "infraordinari" senza predeterminarne la morale. Non cerca incontri ravvicinati col banale per esasperarne la percezione, né si balocca nell'esplosione cromatica di sfocature oniriche e formalistiche. Lui perde - o ritrova altrove altrimenti - gli oggetti che sceglie. Un alieno in un paesaggio extraterrestre da una forchetta in un'insalatiera; un gancio da cucina con busta di plastica che, visto così, diviene il piede rettorico di un antico romano. E poi erotici fermafinestre, voracissime mollette, i fluttuanti motori di un'astronave a metano, il pesce stecchito nella fontana-freezer, il disturbante sorriso di un'unghia tagliata dentro un posacenere. Niente favola surreale, solo l'inattesa finzione del nostro quotidiano e un crudele humour extra-dry. Andrea Malizia trova un fatto banale, perfino grottesco e lo elabora in un dispositivo di rimessa a fuoco globale della nostra intelligenza. Se la sua arte fosse prima di tutto concetto perderebbe la sua caratteristica di caustico indovinello, splendidamente irritante. L'occhio di Andrea gioca con le cose (quel "gioco serio" dei bambini che solo grandi artisti sanno rendere eterno, come diceva Pascali). Con lui l'immaginazione - quella che non dà i nomi alle cose, ma li toglie o li scambia - sperimentalmente si finge miope. La sua miopia fantastica si avvicina alle minuzie e le cattura nel fuoco del macro, come una lucciola fra le mani, proprio mentre la loro apparenza oscilla fra gli universi paralleli del consistere e del rappresentare. Dell'essere e del sembrare. Tempo fà notavo (v. Close-Up, in "Il Progetto", n.4, 1999) quanto sia dominante la ripresa ipervicina di soggetti più o meno ordinari, nella giovane arte italiana e internazionale: dai famosi lavabi della Tesi all'ironia di Samorè, dall'antropologia della Migliora al diario intimo della Banfo - giusto per ricordare qualche nome e dimenticarne molti. Ognuno con divergenti motivi di fondo. E così: la "pelle" del lavoro è il close-up, ma la sua anima è un mondo a parte. Andrea Malizia si muove in un modo tutto proprio, fra fotografia, video e installazione, sfuggendo alla sclerotizzazione formale del lavoro. Non segue gli esempi, non ripete fortunati cliché formali o buone intuizioni tematiche. » originario: lo è in un'epoca in cui essere originale non è difficile quanto effimero. In un suo modo ruvido e sublime, Malizia è classico-prosaico. Il Piede mi sembra essere uno splendido esempio del suo lavoro perché porta con sé i pensieri più diversi: è solenne e triviale, nella sua volgarità sfida i secoli. Nelle percezioni lancinanti che ci offrono, queste opere velano tanto quanto rivelano, più ancora dei misteri di ciò ch'è domestico o pare addomesticato. Il perturbante è un effetto della riorganizzazione mentale delle nostre percezioni quotidiane, perciò nessuna meraviglia che questi oggetti sembrino così evidenti e insieme così arcani, come dicevo: dipende da noi. Non era De Chirico uno dei primi a rendersi conto che l'arte non rappresenta cose ma pensieri e stati mentali, ancor più quando è figurativa? Enzo Cucchi qualifica come "decisioni" i lavori più riusciti di Andrea. Ha ragione? Sì quando penso che funzionano i lavori meno automatici, dove è maggiormente trovata l'ambiguità e la mobilità: E invece no, se non voglio rinunciare alla stratificazione dei significati e alla polivocità del senso. Insomma se "decidere" in origine significa "tagliare", quelle di Andrea sono allora "de-cisioni". Rifiuti al cedere: a idee più forti dell'immagine e ad immagini più forti dei pensieri.


Magazzino d'Arte Moderna, Roma - 02/04 2001


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