Simone Racheli  

 

 

La problematica simulazione di realtà ambigue in contesti pacifici (ma solo in senso logico) è, fin dai suoi inizi, al centro del lavoro di Simone Racheli. La mimesi, dunque, e il sovvertimento della mimesi stessa; lo scambio programmatico fra segni e contesti sono la modalità scelta dal giovane artista toscano (classe 1966) per enfatizzare il punto concettuale di trapasso fra stati di realtà. Né la tecnica in quanto formalità, né il senso scisso dalla messa in opera seduttivamente teatrata. Per assurdo infatti questo soldato in azione, plasmato e vestito, glassato di vetroresina e poi dipinto, ricorda le sculture lignee policrome del Quattrocento toscano. C'è, in fondo, più d'un richiamo alle antiche contaminazioni fra cultura alta e bassa: fra le scenografie barocche per le Quarantore popolari e le opere maggiori; ovvero, oggi, fra la cultura dei rotocalchi militari o delle pagine di cronaca estera nei giornali e alcune declinazioni polemiche e ludiche dell'arte concettuale. Proprio l'aver toccato la dimensione reale, rende quest'opera più vera e insieme più artefatta: autoevidente nel suo doppio mimetismo. Il lavoro stesso, in definitiva, cerca paradossalmente di non farsi notare (teso e intento a fare la propria parte, pure ci indica di non svelarne la presenza), mentre è tutto intessuto di volontà narrative, di sapida intelligenza e perfino di un sapiente uso del grottesco e del cinismo. Magico e fiabesco proprio laddove più truce e operativo, vivido e realistico proprio quando patentemente fittizio ‚ Racheli, in un modo assai personale, rientra nella vita senza dismettere i panni e l'energia dell'arte. Non ci è chiesto di cercare nel suo lavoro alcuna soluzione ai continui rapporti di dissimulazione e scambio fra vero e falso, né un generica indignazione sociologica. Ci è invece mostrata la vera e ambigua spina dorsale dei contesti valoriali. E proprio il contesto domestico, infine, rinforzando la finzione di normalità di un'opera che pesca indistintamente nell'atavico e nel vivente, ce ne impone daccapo l'enigmatica ironia.


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